Bicocca.NET

Un portale di informatici dell’universita’ Milano Bicocca

Bicocca.NET header image 2

Caos

February 28th, 2005 · 0 Commenti · Uncategorized

Comincia una nuova stagione teatrale e tra le mille offerte di questa città  non mi sfugge l’occasione di rivedere Caos di Quelli di Grock. Goloso di una scena movimentata, di danze, musica roboante e di attori che spasimano all’ultima scena con un solo nervo superstite che trema sfinito. Questo quello che mi penso prima di andare, prima di sedermi comodo sulla seggiola e aspettare, prima del buio e delle danze. Poi, sono solo buone intuizioni. E noi le prendiamo così come vengono, un incredibile fiume. Partiamo dal mattone:
Il lavoro di ammorbidire il mattone tutti i giorni, il lavoro di aprirsi un passaggio nella massa gommosa che si proclama mondo, ogni mattina inciampare nel parallelepipedo dal nome ripugnante, con una canina soddisfazione che tutto è al suo posto.
Queste parole, recitate a metà  spettacolo, fanno originariamente parte dell’inizio di “Storie di Cronopios e di Fama” di Julio Cortà zar , testo dal quale è liberamente tratta la rappresentazione. Ma chi sono Cronopios e Fama? Due categorie antropologiche primordiali definibili soltanto dall’insieme dei loro comportamenti. direbbe Calvino (curatore della nota di copertina del volume edito da Einaudi). Più facile? Poesia e razionalità . Più difficile? Due idealtipi che s’affrontano agli antipodi per riscoprirsi simili. Ma Caos non si concentra su questo e trae maggiore spunto dal “Manuale d’istruzioni”, capitolo introduttivo del testo. L’idea è quella di riprendere possesso delle nostre azioni spersonalizzate dal veloce muoversi moderno; si parte dalle cose più semplici, come salire le scale, dalle più naturali, come piangere, e le si destruttura. Si vuole riportare dignità  e senso al nostro muoverci e lo si fa smettendo di pensare alle cose come acquisite conoscenze, ma come concetti da far crollare per ritornare energici, carichi di nuovo significato. Ed è così che salire le scale non si può più fare ad occhi chiusi, ma bisogna pensarci, e bene.
Nessuno può non avere notato che sovente il suolo si piega in modo che una parte sale ad angolo retto rispetto al piano del suolo medesimo mentre la parte che segue si colloca parallelamente a questo piano per dare luogo ad un altra perpendicolare, comportamento che si ripete a spirali o secondo una linea spezzata fino ad altezze sommamente variabili.
Ed ora proviamo a pensare noi: saremmo capaci di muoverci in questa realtà  senza i sottintesi che rendono il nostro essere così fiuido? potremmo forse impazzire senza il nostro insieme simbolico di riferimento? Sono questi e tanti altri gli interrogativi che apre il testo: interrogativi ai quali Valeria Cavalli e Claudio Intropido decidono di rispondere con scene in continuo crescendo, che s’aprono con movimenti coordinati per finire in danze sempre più sfrenate e veloci. Si salgono e scendono gradini a tempo, in contro tempo, camminando e correndo, si saltano e ci si rotola sopra, si spostano e ci si tuffa, sono cinque e sole e diventano una compatta. La scena si trasforma veloce trascinata dalla musica incalzante mentre l’energia vibra nell’aria e coinvolge pienamente il pubblico (in particolare quello delle prime file, graziato da qualche spruzzo d’acqua e sputaccchio di mela). Il testo da parte sua si adatta benissimo offfrendo spunti semplici da lavorare a piacere. Il foglio di giornale ad esempio, preso come compagno di ballo, danza ininterrotto senza mai toccare il pavimento mentre l’attore lo segue sopra e sotto i movimenti diventando talvolta tutt’uno con l’oggetto. Ed è lo stesso giornale che nel libro di Cortà zar assume forme diverse: prima un quotidiano fresco di stampa, poi un mucchio di fogli abbandonati sulla panchina, poi di nuovo un quotidiano, un mucchietto di fogli ed infine un involucro per un chilo di patatine di un’anziana signora. La capacità  dell’autore di estrarre particolari dal loro contesto e forzarli fino all’assurdo, o, meglio, fino al teatro dell’assurdo, rimane l’aspetto più significativo di questo testo in quanto rappresenta il punto di partenza per la restante costruzione. Parlando dell’orologio, per il quale si dice fosse ossessionato, Cortà zar arriva ad affermare che quando lo riceviamo in regalo non siamo noi a ricevere un dono, ma veniamo donati all’orologio stesso. E ciò succede per il fatto che questo strumento rappresenta ben più di un’umana invenzione (o maledizione?), rappresenta un altro frammento fragile e precario di noi stessi, qualcosa che è nostro, ma che non è nel nostro corpo, che dobbiamo legare al nostro corpo con il suo cinghietto simile ad un braccino disperatamente aggrappato ai nostri polsi.
Dunque un testo ed uno spettacolo che mettono in discussione molto facendo crollare le basi delle nostre certezze, ma non solo punti interrogativi da questa esperienza, non solo. E questa è già  una bella risposta:
Non appena aprirò la porta e mi affaccerò alle scale, saprò che sotto comincia la strada; ma non dello stampo ormai accettato, non le case che sappiamo, non l’albergo di fronte: la strada, la viva foresta ove ogni istante può piovermi addosso come una magnolia, ove i volti nasceranno man mano che li guarderò, quando andrò avanti, quando con i gomiti e le palpebre e le unghie andrò scrupolosamente a fracassarmi contro la pasta del mattone di cristallo, e la mia vita sarà  messa in gioco avanzando un passo dopo l’altro per andare a comperare il giornale all’angolo.

Le parti del testo in corsivo sono tratte dal testo di Julio Cortà zar “Storie di Cronopios e di Fama”, 1971, Einaudi

  • Share/Bookmark

Tags:

0 risposte ↓

  • Non ci sono commenti, puoi essere il primo!

Lascia un commento