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Antropophagus

March 16th, 2005 · 0 Commenti · Uncategorized

Due sono le incursioni di Joe D’Amato (vero nome Aristide Massacesi) nel cannibalico italiano: “Emanuelle e gli ultimi cannibali” e “Antropophagus”. L’ultima pellicola è però spuria e si riallaccia al filone solo per il tema dell’antropofagia. Il film uscì quando ormai il ciclo stava tirando le cuoia ed al buon D’Amato di fare un classico cannibal movie non interessava proprio. La fervida mente del nostro artigiano della celluloide creò così un ibrido,un horror cannibalico di grande impatto visivo ed emozionale.
Il plot è uno dei più semplici del mondo: amici giunti in Grecia per una vacanza incontrano lì una donzella che chiede loro un passaggio in barca avendo perso il battello. Ovviamente l’isola dove si recheranno risulterà  prima deserta e poi abitata da un mostro che pasteggerà  con le loro tenere carni. E allora perchè parlare del film?
Iniziamo col dire che la pellicola è tuttora invisibile in Gran Bretagna facendo parte dei nasty movies (per chi non lo sapesse, una lista di film proibiti redatta quasi trent’ anni fa dai lord parrucconi) e che in Italia fu trasmessa per la prima volta su Telepiù. Causa di tutto questo la truculenza delle immagini. Non si risparmia infatti sul gore e sul sangue. Basti dire che il lungometraggio si apre con una testa spaccata da una mannaia…
A parte il sopraddetto motivo che attrae i ragazzini nel vederlo per trasgredire e poi chinare la testa sul wc, analizziamo l’opera nel suo contesto. Questo film parte da un assunto che non apparteneva ai cannibal movies: la causa dei gusti culinari del personaggio non è il contesto culturale ed ambientale ma la pazzia scaturita da uno shock. Quindi qui si viaggia su binari differenti: il divoratore di carne umana è un uomo civile, nato in una nazione civilizzata (è tedesco) e trasferitosi in una nazione civilizzata. Un uomo che dopo un naufragio per sopravvivere divora moglie e figlio e che ritorna allo stato primigeno dal quale non riuscirà  più ad uscire, cibandosi di tutti (esclusa la sorella) e che alla fine si ciberà  di se stesso, mostrandoci così la sua spietatezza.
D’Amato si trova a suo agio nel mettere in scena il tutto, divertendosi a mostrare l’immostrabile e creando una suspence claustrofobica molto alta. Il mostro si farà  vedere molto tardi per poi ricomparire e prendere parte attiva nel finale. Si saprà  il perchè delle sue gesta solamente dopo buona parte della visione ed i luoghi dove agisce sono sempre chiusi (camere,saloni,soffitte,scale,pozzi cripte) creando un senso di soffocamento altissimo.
Curiosità ? Al film partecipano Tisa Farrow (sorella di Mia) e Saverio Vallone (figlio di Raf, che giocò anche nel Torino con scarsi risultati come da attore). La Vanessa Steiger dei credits altri non è che Serena Grandi all’esordio sul grande schermo ed il mostro cannibale è Gorge Eastman, alias Luigi Montefiori autore anche della sceneggiatura.
Un consiglio? Guardate il film,uno dei capolavori horror della nostra cinematografia. Ed in ultimo, provate a capire com’è fatto il feto strappato e divorato dalla vulva della buona Serena…

AlimentAzioni: in viaggio tra i cannibali

“Cannibal Holocaust” il 16/03 chiude, secondo programma, il Bicocca Film Festival e invita a delle riflessioni
su un determinato cinema di genere destinato in una manciata d’anni a produrre scandali, critiche, censure ed enormi successi di pubblico.
Si tratta del “cannibalico” che al suo interno comprende diversi sottogeneri tra cui quello “pseudo-etnografico”, tipicamente italiano, la cui trama, pur con variabili significative si può sintetizzare in questo modo: un gruppo di esploratori si perde nella giungla e si trova a fronteggiare i mangiatori di carne umana.
Il primo film della serie è il lenziano “Il paese del sesso selvaggio” addirittura del 1972, seguito di cinque anni da “Ultimo mondo Cannibale” ed “Emanuelle e gli ultimi Cannibali” di due maestri degli effettacci splatter e gore che non potevano che trovare nei cannibal movies terreno fertile per le proprie idee truculente: Ruggero Deodato e Joe d’Amato. Il primo è un po’ la prova generale del celebre “Cannibal Holocaust” mentre il secondo sfocia in un sotto-sottogenere che altri non è che un cannibalico misto softcore gravido di splatter ed erotismo, la summa della poetica di Joe d’Amato che in questo caso è aiutato da starlette di prim’ordine: Laura Gemser e Monica Zanchi sopra tutte.
Nel 1980 esce Cannibal Holocaust, si avverte subito nell’aria la malsanità  di un prodotto di questo tipo. La pellicola viene ritirata per quattro anni, il regista Ruggero Deodato e alcuni membri della troupe si trovano coinvolti in processi che ora, a venticinque anni di distanza, ne alimentano ancora il leggendario status di film maudit.
Dal punto di vista narrativo il film ricorda molti horror americani: in questo caso sono le efferate violenze di alcuni reporter che per girare un documentario in Amazzonia falsificano la realtà  uccidendo innocenti indigeni, a scatenarne la vendetta. Le devastanti scene finali in cui i reporter vengono scarnificati e mangiati non sono altro che la punizione, l’”olocausto purificatore”. Il film è ricchissimo di contrasti che aumentano il livello di repulsione come l’antitetica sovrapposizione di scene di violenza con la colonna sonora melodica di Riz Ortolani (veramente splendida !) o tra le immagini della giungla incontaminata e una New York all’apice della civilizzazione. Lo scontro di civiltà  mostrato in buona parte del film si risolve in un relativismo culturale rappresentato dalla frase finale dell’antropologo.
Ognuno agisce in base alla cultura dalla quale deriva; è essa che in un certo senso conduce a comportamenti “folli”. Cos’è che ha spinto i reporter (tra cui spicca un giovane Barbareschi) ad operare in quel modo e con tal cinismo ?
Un mondo generato dai miti di soldi e successo a tutti i costi rende “cannibali” ed è questa forma figurata di antropofagia la più preoccupante perchè nell’Altro c’è solo cibo per le proprie fauci affamate.
L’utopica volontà  di creare un ponte tra realtà  completamente diverse ce la offre sempre l’antropologo Munroe che rimane allibito di fronte al sadismo senza confini dei reporter ma anche dei produttori televisivi ancora più spietati perchè allettati alla possibiltà  di guadagno nel gettare le immagini sensazionalistiche in pasto agli spettatori.
Liberarsi delle barriere mentali (nel film rappresentativa è la “spoliazione” dell’antropologo) che ostacolano un possibile incontro con l’altro è la difficile sfida per la convivenza/ comprensione in una società  che purtroppo si regge sul contrasto. Ovviamente tutti i personaggi negativi nel film sono chiusi ottusamente nei propri codici, nei propri rigidi abiti culturali che giustificano ogni efferatezza.
Il successo di pubblico di Cannibal Holocaust verrà  superato dal posteriore “Cannibal Ferox” di Umbero Lenzi, il cui obiettivo era semplicemente quello di essere più violento. Al di là  delle interpretazioni per pochi, sicuramente se in quegli anni il pubblico cercava sangue veniva accontentato.

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