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Giuliana Sgrena e le armi proibite

March 16th, 2005 · 0 Commenti · Uncategorized

Il rapimento della giornalista del Manifesto,Giuliana Sgrena,prelevata
con la forza da uomini armati mentre si trovava nei pressi
dell’universita’di Baghdad per raccogliere interviste tra
gli sfollati di Fallujah il 4 febbraio scorso,nonostante il disperato
tentativo dell’autista e dell’interprete di strapparla dalle mani dei
rapitori,oltre a suscitare sgomento ed apprensione per la sua
sorte,sottolinea inquietanti interrogativi sull’utilizzo di armi non
convenzionali durante l’occupazione Angloamericana,e su possibili collegamenti tra la
sua sparizione e gli articoli di denuncia da lei stessa scritti sullo
scottante tema.
La Sgrena,57 anni,originaria della provincia di Verbania,si occupa da
moltissimo tempo di vicende mediorientali,e per il quotidiano comunista
ha seguito in passato i conflitti riguardanti il Kosovo,l’Algeria e
l’Afghanistan,concentrando la sua attenzione sulle conseguenze della
guerra sulle popolazioni civili,la condizione delle donne e le stragi di
innocenti nascoste,le brutalita’subite e le sofferenze di chi non ha voce
in capitolo,e si e’sempre rifiutata di svolgere la sua professione come
inviato “embedded”(ovvero quei cronisti,oramai maggioranza schiacciante
per quanto riguarda i nostri media,”arruolati”,”ingaggiati”dagli eserciti della coalizione,che seguono gli
avvenimenti scortati e protetti al seguito delle truppe, ma che di
conseguenza possono raccontare solo e soltanto quello che viene permesso
loro di vedere…),preferendo correre gravi rischi,piuttosto che
rinunciare ad assumersi le proprie responsabilita’di testimone di un evento
tanto delicato e complesso come un conflitto bellico di questa portata.
Una giornalista indipendente,cosi’come Enzo Baldoni,corrispondente di
Diario rapito e ucciso da un sedicente Esercito Islamico dell’Iraq,e
Florence Aubenas,inviata francese di Liberation rapita il 5 gennaio con
il suo interprete,che con i loro servizi hanno spesso portato alla luce
verita’scomode inerenti alle torture,ai soprusi e alle vere motivazioni
dell’intervento americano.
Se per lungo tempo si e’trattato soltanto di fondati sospetti,negli
ultimi mesi sono molte e autorevoli le fonti e gli indizi che lasciano
pensare che in Iraq prima e durante l’occupazione siano state utilizzate
armi chimiche e sostanze bandite dalle convenzioni internazionali.
Le testimonianze piu’importanti e inequivocabili sono quelle relative
all’assedio della citta’di Falluja,roccaforte dei ribelli sunniti,la cui
resistenza e’stata stroncata nel sangue.
Un assalto durato intere settimane,che ha provocato un numero
imprecisato ma inevitabilmente altissimo di vittime tra civili e guerriglieri
insorti,con la citta’completamente isolata dal resto del paese,dato che
le vie d’accesso sono state bloccate dai Marines,e senza acqua
corrente,senza rifornimenti di vivere,senza luce e senza gas.
L’accesso e’stato per lungo tempo impedito anche alle organizzazioni
internazionali di soccorso,come la Croce Rossa e la Mezzaluna Rossa,con
la motivazione dell’eccessiva pericolosita’dell’area a causa delle mine
antiuomo e delle stesse cluster bomb “alleate”(le micidiali bombe a
grappolo,a frammentazione,che lasciano numerosi e letali frammenti
inesplosi sul terreno,di cui l’Italia e’un importante produttore ed
esportatore).
In seguito,Giuliana e Florence sono tra le pochissime giornaliste ad
avere avuto accesso alla citta’martoriata e ad avere intervistato i
superstiti,hanno sollevato quesiti e squarciato un certo velo di
indifferenza,se non proprio di colpevole “omerta’” e di malafede dei colleghi.
Nel racconto di numerosi profughi di Falluja,viene descritta la
presenza tra le strade di decine di cadaveri completamente carbonizzati ed
irriconoscibili e per questo seppelliti in fosse comuni,testimonianze
dettagliate dai particolari tanto raccapriccianti che farebbero pensare
proprio all’uso del micidiale napalm,una potentissima miscela di
polistirene e benzina,che provoca la fusione dei corpi di coloro che si
trovano in prossimita’dell’esplosione,resistendo anche all’acqua,diventata
sinistramente famosa per l’uso massiccio che gli Americani ne fecero in
Vietnam,e bandita a livello internazionale da una convenzione promossa
dall’ONU nel 1980,mai ratificata dagli Stati Uniti.
Se inizialmente richieste di maggiore trasparenza e chiarezza
sull’utilizzo di questi armamenti sono giunte dal mondo della associazioni
pacifiste e dai movimenti di area “no global”i,le innegabili evidenze hanno
spinto giornalisti di testate “insospettabili”,e parlamentari dei paesi
interessati,a porre pesanti quesiti e a riportare fonti ufficiali.
La parlamentare inglese Alice Mahon,laburista ma assolutamente
contraria alla guerra condotta dal suo premier Blair,ha in diverse occasioni
chiesto chiarimenti in merito a dichiarazioni di graduati dei
Marines,come il colonnello James Alles,o il maggiore Jim Amos, che intervistati
rispettivamente da “The Indipendent” e dal “San Diego Tribune” hanno
confermato l’utilizzo di armi non convenzionali quali le bombe al fosforo e
al napalm in occasione di raid aerei su ponti,colline e luoghi
strategici in diverse aree del paese.
I militari avrebbero confermato in particolare l’utilizzo di bombe Mk
77,capaci di produrre effetti molto simili a quelli del napalm,ma con un
basso impatto ambientale(una forma “pulita”ed ecocompatibile di
massacro…),ma il governo inglese ha semplicemente sostenuto la tesi della
mancanza di prove in merito,e dell’assenza di tali armamenti nel proprio
arsenale.
Secondo la Mahon,proprio la mancanza di cronisti indipendenti ed
imparziali rende indispensabile ed improcrastinabile un resoconto dettagliato
degli avvenimenti sul fronte di battaglia,tanto piu’se si tiene conto
del fatto che la maggior parte delle “perdite”riguarda civili
indifesi,donne,anziani e bambini.
Per ironia della sorte,stiamo parlando dell’uso di armi chimiche in un
assurdo conflitto inizialmente giustificato con la pretestuosa e
prontamente sbugiardata motivazione delle armi chimiche celate da Saddam
Hussein chissa’dove sul territorio dell’antica Mesopotamia,e l’eco di
queste sconvolgenti dichiarazioni non poteva non avere risonanza anche nel
nostro paese.
Il 17 febbraio scorso difatti,piu’di 20 parlamentari del centrosinistra
hanno presentato una interpellanza d’urgenza al governo,chiedendo
spiegazioni sull’accaduto,sulle dotazioni militari dei nostri alleati e su
eventuali omissioni e responsabilita’del nostro contingente stanziato
sul luogo.
Il sottosegretario alla difesa Cicu ha negato di essere a conoscenza di
elementi che confermino le voci summenzionate e ha sottolineato che in
conformita’alla Convenzione di Ginevra,il nostro contingente non
dispone di armi proibite,sorvolando furbescamente su qualunque quesito ed
addebito riguardante le responsabilita’ dell’esercito statunitense.
Ancora una volta,quindi,non siamo tenuti a sapere quello che anche in
nome nostro accade nel mondo,quello che non ci viene ne’detto
ne’mostrato se non fugacemente e in maniera spesso “ideologica” e
tendenziosa,sperando forse che tra le mille notizie superflue e la tv spazzatura,ce ne
si possa dimenticare in fretta e senza troppi esami di coscienza.
Speriamo solo che arrivi presto la notizia della liberazione di
Giuliana,e che il momento della riflessione e dell’analisi su quanto sta
accadendo non arrivi solo quando tutto questo sara’oramai irrimediabile e
distante,e ne si potra’solo leggere,vergognandosene tremendamente,su di
un libro di storia.

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