L’Operazione Colomba prende vita nel Maggio 1992, nell’ambito
dell’associazione comunità Papa Giovanni XXIII di don Benzi,sull’onda emotiva
suscitata dalla tragedia di Croazia e Bosnia,martoriate da un conflitto sanguinoso quanto
assurdo. Lo scopo dei volontari è quello di condividere la vita di tutti i giorni
con le vittime di guerra, proteggendole e sostenendole
materialmente nelle vicende quotidiane, lottando per la difesa dei
diritti umani proprio laddove vengono così facilmente negati o
calpestati, oltre a quello di aprire un dialogo con le istituzioni politiche e
religiose del luogo, perchè si assumano le proprie responsabilità .
Si definiscono “caschi bianchi”,e hanno il sogno di coinvolgere
centinaia di obiettori di coscienza da tutto il mondo al fine di formare un
“esercito di pace”, assolutamente disarmato e non violento, portatore delle
istanze di una parte importante della società civile occidentale
conscia dei limiti degli organismi internazionali,spesso incapaci di
interventi in aree delicate,quelle in cui interessi contrapposti e veti incrociati tra
le “nazioni forti” compromettono ogni speranza di una soluzione.
Oltre ad un supporto concreto,che passa attraverso la realizzazione di
opere e servizi utili e il reperimento di beni di prima
necessità (acqua,cibo,medicinali…), garantiscono una preziosissima testimonianza di
fronte a situazioni che spesso la stampa e i media non possono
coprire, soprattutto per quello che riguarda il trattamento e il ritorno alle
proprie dimore dei profughi e dei prigionieri di guerra.
L’obiettivo di lunga scadenza sui singoli fronti e’quello di favorire
il confronto tra le controparti, superando gli ostacoli e le posizioni
rigide e legate a calcoli spesso soltanto “di profitto”, della diplomazia
ufficiale.
La dolorosa,ma positiva esperienza nei Balcani,ha spinto i volontari ad
intervenire in diversi altri fronti caldi, tra i molti che si sono
aperti in questo ultimo decennio: sono presenti in Kosovo, in Albania, nel
Chiapas, in Sierra Leone e più di recente in Palestina.
Ed è proprio nell’ambito di quest’ultima operazione che si sono
verificati fatti molto gravi anche nelle ultime settimane ,episodi incresciosi
che danno la dimensione di quanto sia ancora alta la tensione nei
Territori e nella Striscia di Gaza.
Negli ultimi tre mesi si sono verificate tre gravi aggressioni da parte di
coloni israeliani nei confronti dei ragazzi italiani e statunitensi,che
si occupano di proteggere i circa 150 abitanti del villaggio
palestinese di Twani (che gia’ vivono senza acqua,luce e gas…), a poche decine
di chilometri da Hebron, dai soprusi e dalle vendette degli stessi coloni della localita’
Ma’on. Uno dei compiti principali della missione,e’quello di scortare ogni
mattina a scuola i circa cinquanta bambini e ragazzi del villaggio, che hanno
ricominciato a frequentare abitualmente le lezioni proprio dal momento in
cui sono arrivati i volontari, dal momento che i genitori in precedenza,data
l’inesistente protezione garantita dall’ esercito Israeliano,preferivano tenerli a
casa, piuttosto che esporli ad un così grave rischio.
Così come risulta fondamentale per l’approvvigionamento del
villaggio, lo sfruttamento dei vicini pascoli, luogo che però si presta ancor di
più ad essere teatro di scontri e di minacce, che i nostri puntano a
scoraggiare con la loro sola presenza fisica.
Ma è proprio mentre scortavano alcuni tra i pastori verso il lavoro,
che il mese scorso sono stati aggrediti i tre volontari italiani: gli
assalitori hanno prima sparato dei colpi di fucile dalla distanza, e poi, in cinque
sono intervenuti picchiando a sangue i ragazzi, lasciando un obiettore
di coscienza in servizio civile riverso per terra, privo di conoscenza.
A differenza di precedenti episodi, questa volta l’accaduto è stato
ripreso da una videocamera, finita per terra ma intatta, e il caso
è prontamente giunto nei fascicoli del tribunale di Beer Sheva.
Seppure questi villaggi e i territori circostanti siano di
proprietà palestinese, la sicurezza e’assicurata dall’esercito di Gerusalemme, che non
ha alcun interesse a fare sforzi in tal senso.
Lo scopo non dichiarato, ma evidente, è quello di spingere gli abitanti
di questi piccoli centri a trasferirsi nelle poche grandi
città palestinesi, più distanti dagli insediamenti Israeliani e più facilmente
accerchiabili ed isolabili dall’esterno, e risolvere così una volta per tutte
le “frizioni”con i coloni.
Gli ultimi fatti non hanno certo scoraggiato gli obiettori, ma sono un
segno evidente della ambiguità e della difficoltà della situazione.
Se da una parte gli accordi tra il leader palestinese Abu Mazen ed il
suo omologo Sharon hanno sancito una drastica diminuzione dei raid
notturni dell’esercito Israeliano nelle città dei Territori, e la
contemporanea fine delle ritorsioni terroristiche di Hamas,è anche vero che la
costruzione del muro prosegue spedita, nonostante le scottanti polemiche
che ha suscitato in tutto il mondo e le nette prese di posizioni contrarie dei
leader di gran parte delle nazioni.
Una situazione che è ben lungi dal potersi considerarsi una vera
soluzione dei problemi, ma al più, una tregua momentanea,destinata a durare
fino al momento in cui, una delle due parti non sarà in grado di rialzare
la posta in gioco.
Operazione Colomba: semi di speranza
April 15th, 2005 · 0 Commenti · Uncategorized
Tags:
0 risposte ↓
Non ci sono commenti, puoi essere il primo!
Lascia un commento